Esperienze in cantina

Valtellina, il Nebbiolo delle Alpi: viaggio tra terrazzamenti, sapori e una montagna di vino

La Valtellina per me è sempre stata la destinazione gastronomica stagionale per un goloso weekend d’autunno. Appena le temperature estive lasciavano il posto all’aria frizzante di metà settembre, arrivava la voglia di una fuga in montagna, di un piatto fumante di pizzoccheri, di qualche sciatt croccante e di un buon calice di vino rosso.
Attraversando la valle in auto, era impossibile non restare ipnotizzati davanti ai vigneti aggrappati ai versanti, che sembravano quasi impossibili da coltivare. Li guardavo dal finestrino ma non avevo mai davvero esplorato quel paesaggio e la sua viticoltura.
Questa volta sono arrivata a Sondrio con una domanda diversa: che cosa racconta davvero, nel calice, questa montagna? È un territorio che possiamo osservare e capire attraverso il vino?
In pochi giorni ho esplorato la valle, assaggiato i vini di una quarantina di produttori, camminato tra i terrazzamenti, pedalato lungo i vigneti e osservato dall’alto quella stessa porzione di territorio che per anni avevo visto soltanto “di passaggio”. E soprattutto ho avuto modo di mettere insieme due cose che in Valtellina è praticamente impossibile separare: il vino e il luogo in cui nasce. Perché qui parlare di vino significa inevitabilmente parlare di montagne, esposizioni, muretti a secco, vento, roccia. E di lavoro.

Terrazzamenti e muretti a secco in Valtellina

Terrazzamenti e muretti a secco in Valtellina.

Chiavennasca, il Nebbiolo delle Alpi

La prima cosa da fare, quando si parla di vino della Valtellina, è probabilmente smettere di pensare alla montagna come sinonimo di freddo. La Chiavennasca, nome con cui qui viene chiamato il Nebbiolo, cresce sul versante retico della valle, caratterizzato da una favorevole esposizione solare. È una posizione che cambia parecchio le carte in tavola: le vigne possono beneficiare di una buona insolazione, mentre altitudine, escursioni termiche e ventilazione contribuiscono a mantenere quella tensione che ritroviamo poi nel bicchiere.
Il territorio vitato della Valtellina si sviluppa per oltre cinquanta chilometri e, per una curiosa caratteristica geografica, il versante vitato corre in direzione opposta rispetto al corso dell’Adda. Cambiano esposizioni, altitudini, suoli e condizioni climatiche e cambiano, di conseguenza, anche le espressioni della Chiavennasca. È un Nebbiolo che qui trova condizioni molto particolari e le temperature non raccontano tutto: contano il sole, i venti che scendono dalle Alpi e la Breva che risale dal Lago di Como, la forte escursione tra giorno e notte e una stagione vegetativa lunga, che accompagna l’uva verso una maturazione lenta.
Anche il terreno fa la sua parte. Gneiss, porfidi, quarzo, feldspati e materiali accumulati nei secoli con la costruzione dei terrazzamenti danno origine a suoli poveri di sostanza fine e ricchi invece di sabbia, ciottoli e materiale roccioso. Le radici devono cercarsi spazio e risorse, mentre l’acqua deve essere gestita con attenzione.
Nel calice, tutto questo si traduce in vini che possono avere un profilo molto diverso da quello che ci si aspetterebbe pensando al Nebbiolo piemontese: meno concentrato sulla potenza, più giocato su finezza, freschezza, sapidità e una trama tannica che può essere sorprendentemente sottile.

Chiavennasca, Nebbiolo delle Alpi

Grappoli di Chiavennasca, Nebbiolo delle Alpi

La Valtellina dei terrazzamenti: quando la viticoltura diventa paesaggio

In Valtellina è difficile separare i vigneti dal paesaggio: qui la viticoltura si sviluppa su circa 750 ettari di terrazzamenti, sostenuti da migliaia di chilometri di muretti a secco. Non è una costruzione scenografica aggiunta al vigneto: è il vigneto stesso. Le pendenze hanno costretto generazioni di viticoltori a modellare la montagna, creando piccole superfici coltivabili una sopra l’altra. Ogni muretto è un elemento del sistema e la sua manutenzione continua a essere parte integrante del lavoro agricolo.
È anche per questo che guardare la Valtellina da lontano non restituisce davvero la complessità del territorio. Da una strada o da un punto panoramico si vede il disegno generale; avvicinandosi, invece, emergono le differenze. Orientamento, quota, inclinazione, esposizione. E poi la varietà dei suoli.
Nel 2018 l’arte dei muretti a secco è stata inserita dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, mentre nel 2020 la Valtellina è stata riconosciuta come Paesaggio Rurale Storico. Sono riconoscimenti importanti, ma attraversando i vigneti viene spontaneo pensare soprattutto alla quantità di lavoro che c’è dietro quella parola, “paesaggio”. Perché in Valtellina il paesaggio non è qualcosa che si contempla soltanto: continua a essere costruito, mantenuto e salvaguardato.

Valtellina: vigneti visti dall'alto dall'elicottero

Valtellina: vigneti visti dall’alto dall’elicottero

Le cinque sottozone del Valtellina Superiore: imparare la geografia attraverso gli assaggi

Il modo più immediato per provare a leggere questa complessità è seguire le cinque sottozone storiche del Valtellina Superiore DOCG: Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella.
Cinque territori lungo il versante retico, distribuiti da ovest verso est, in cui la stessa uva incontra condizioni differenti. Durante il mio soggiorno ho assaggiato molti vini provenienti da queste aree e, invece di provare a costruire una classificazione, ho scelto alcuni calici che mi sono sembrati particolarmente utili per raccontare questo percorso.

Maroggia

Partendo da ovest, si arriva a Maroggia, la più occidentale delle cinque sottozone. Tra gli assaggi dedicati a questo territorio, ho scelto il Valtellina Superiore DOCG Maroggia 2022 di Agrilu: ho apprezzato i frutti rossi, una trama tannica poco aggressiva e la nota di liquirizia che accompagna il finale. Un vino che ho trovato piacevole proprio per la sua misura, senza cercare concentrazione o muscoli, ma puntando sulla parte più fresca e immediata della Chiavennasca.

Sassella

Con Sassella il percorso prosegue sulle pendici sopra Sondrio. Tra gli assaggi di questa sottozona ho scelto il Valtellina Superiore DOCG Sassella Riserva Clos Convento San Lorenzo 2023, che mi ha colpita per eleganza, profondità e per l’equilibrio della trama tannica.
Ho assaggiato anche il PG40 2022 de La Spia, un’altra interpretazione della Sassella che mi ha permesso di confrontarmi con una lettura diversa dello stesso territorio.
E poi c’è un vino che voglio citare a parte: il Valtellina Superiore DOCG Sassella Riserva 2018 Rocce Rosse di Ar.Pe.Pe., una carezza per il palato, una sinfonia di rara armonia ed equilibrio.

Valtellina Superiore DOCG Sassella

Valtellina Superiore DOCG Sassella

Grumello

Per il Grumello ho degustato il Valtellina Superiore DOCG Grumello 2024 di Andreoli, un vino che mi ha permesso di entrare anche nel racconto dell’annata. Il 2024 è stato un anno particolare per la Valtellina, segnato da precipitazioni abbondanti ma anche da temperature elevate: una combinazione che ha dato vita a vini tesi.
Nei vini che ho assaggiato ho ritrovato questa tensione soprattutto nella freschezza e nella succosità, più che nella ricerca della potenza: una buona struttura, tannini fini e una chiusura sapida, con una sensazione complessiva di equilibrio che mi è sembrata uno degli aspetti più interessanti dell’annata.

Inferno

Il nome, inevitabilmente, incuriosisce. L’Inferno è la sottozona che si trova in una delle aree più impervie e più calde della viticoltura valtellinese, e il Valtellina Superiore DOCG Inferno 2022 di Marco Ferrari è stato il mio punto di riferimento per questa tappa. Ancora una volta, più che cercare una definizione assoluta della sottozona, mi interessava osservare il modo in cui la Chiavennasca cambia quando cambiano esposizione, quota e condizioni del vigneto. È questa, alla fine, la parte più interessante del viaggio: accorgersi che dietro una denominazione apparentemente unica esiste una geografia molto più articolata.

Valgella

L’ultima delle cinque sottozone è Valgella, la più orientale del percorso. Qui segnalo il Valtellina Superiore DOCG Valgella 2022 di Marino Lanzini. Durante la degustazione ho avuto modo di assaggiare diversi vini prodotti da Marino e li ho trovati tutti degni di nota, segnale questo di un lavoro meticoloso e attento. E questo è anche uno degli aspetti che mi porto dietro da questi giorni in Valtellina: la sensazione di trovarmi di fronte a un territorio capace di offrire molte letture diverse, ma anche a produttori che stanno imparando a valorizzarle senza cercare di forzare il carattere dei propri vini.

Sforzato, quando il Nebbiolo cambia volto

Se il Valtellina Superiore permette di leggere il territorio attraverso le differenze tra le sottozone, lo Sforzato di Valtellina DOCG aggiunge un altro capitolo alla storia della Chiavennasca.
Qui l’uva, indipendentemente dalla zona di coltivazione, viene lasciata appassire prima della vinificazione. Un processo che concentra gli zuccheri e modifica profondamente il profilo del vino, ma che non porta necessariamente a un risultato dolce: lo Sforzato è un vino secco, strutturato, con una componente alcolica importante e una concentrazione che può essere molto diversa da quella del Valtellina Superiore.
Tra gli assaggi mi hanno convinta ed emozionata Fasèt 2021 di Ca Bianche, Vino Sbagliato 2024 di Dirupi e lo Sforzato 2017 di Marcel Zanolari, quest’ultimo affinato in anfora e prodotto in sole 2.387 bottiglie.
Tre interpretazioni che mostrano quanto anche all’interno dello Sforzato ci sia spazio per scelte produttive molto diverse e, forse, è proprio questa la parte più interessante della Valtellina contemporanea: non la ricerca di un unico stile da imporre al territorio, ma la possibilità di lavorare sulle sue molte variabili.
In generale ho trovato molto interessante l’annata 2024 dello Sforzato grazie all’equilibrio tra concentrazione, struttura e freschezza che riesce a mantenere il sorso teso e dinamico.

Sforzato di Valtellina DOCG

Sforzato di Valtellina DOCG

In e-bike tra vigneti, storia e paesaggio

Per scoprire da vicino la Valtellina e il suo paesaggio vitivinicolo, uno dei modi più belli è salire in sella e seguire i percorsi che attraversano i vigneti. In e-bike ci si muove lentamente così da poter osservare da vicino i terrazzamenti, i muretti a secco e le vigne che dalla strada principale si intravedono soltanto.
Il percorso che ho seguito, con partenza da Sondrio (dall’Hotel Vittoria), mi ha portata fino al Convento di San Lorenzo, nei pressi di Sant’Anna. Il complesso, risalente al XII secolo, conserva all’interno delle antiche mura quello che viene indicato come l’unico clos della provincia di Sondrio: un piccolo vigneto racchiuso dalla pietra, dove il rapporto tra viticoltura e territorio diventa particolarmente evidente.
Proseguendo in bicicletta, tra una salita e un tratto di strada che si apre sulla valle, cambia anche il modo di guardare le vigne. Si distinguono le pendenze, la disposizione dei filari, la successione dei muretti e soprattutto la frammentazione di questo territorio: tante piccole porzioni di montagna trasformate, nel tempo, in superfici coltivabili. Il percorso passa anche dalla passerella sulle Cassandre, 145 metri sospesi a circa cento metri sopra il Mallero. Da qui la prospettiva si allarga e i terrazzamenti diventano parte di un disegno più ampio, quello della valle e dei suoi versanti.
È un modo di conoscere la Valtellina che ho trovato particolarmente efficace: dopo aver assaggiato i vini, pedalare tra le vigne mi ha permesso di vedere concretamente il territorio che c’è dietro quei calici.

E-bike in Valtellina

E-bike in Valtellina

La Valtellina vista dall’alto

Poi c’è stata la sorpresa: un volo di circa dieci minuti con Elitellina, abbastanza breve sulla carta, ma capace di regalare una visuale completamente nuova sul territorio. L’elicottero virava e, a ogni curva, la valle si apriva secondo una prospettiva diversa. I terrazzamenti, che fino a poche ore prima avevo osservato da vicino, diventavano improvvisamente un disegno continuo lungo il fianco della montagna. I vigneti si susseguivano a perdita d’occhio, intervallati da boschi, strade, piccoli centri abitati e muretti che da lassù sembravano quasi tracciare le linee della montagna.
È stato strano riconoscere, dall’alto, luoghi che avevo appena imparato a osservare da terra. Dopo aver parlato di esposizioni, altitudini, suoli e sottozone, finalmente potevo vedere tutto insieme: non più singoli vigneti, ma un intero territorio vitivinicolo costruito sulla montagna.
Dieci minuti sono pochissimi, ma sono bastati per farmi memorizzare un’immagine della Valtellina che difficilmente dimenticherò. E anche la sensazione, molto concreta, di quanto sia prezioso questo paesaggio e di quanto lavoro ci sia dietro ogni sua curva.

Elicottero in Valtellina

Elicottero in Valtellina

La Valtellina a tavola

Pizzoccheri, sciatt, taroz, tzigoiner, chischoi, la bresola di codone (picanha) e il salame tradizionale di Gordona sono alcuni dei piatti e prodotti che raccontano una cucina nata da quello che la montagna poteva offrire: grano saraceno, formaggi, burro, salumi, patate, verdure, carni. Durante il viaggio ho avuto modo di assaggiarli in contesti diversi nei ristoranti Il Tabernario – Enoteca delle Alpi, Ristorante Cà d’Otello, Il Poggio e I Trippi.
A tavola ho ritrovato anche un aspetto interessante del vino valtellinese: la sua capacità di accompagnare una cucina sostanziosa senza appesantirla. In Valtellina, vino e cucina sembrano parlare la stessa lingua: quella di una montagna che ha imparato a trasformare ciò che aveva a disposizione in qualcosa di profondamente identitario.

Pizzoccheri, tzigoiner, taroz e altre specialità valtellinesi

Pizzoccheri, tzigoiner, taroz e altre specialità valtellinesi

La Valtellina un territorio da attraversare

Ripenso alla Valtellina che vedevo dal finestrino quando partivo da Milano per andare verso Bormio. Le vigne erano già lì. I muretti anche. La montagna, naturalmente, non si è spostata di un centimetro. È però cambiato il modo di osservarla.
Prima era un territorio che attraversavo per arrivare da qualche altra parte. Questa volta ho seguito le vigne, assaggiato i vini, percorso i terrazzamenti, guardato la valle dal basso e dall’alto e viceversa. Ho scoperto che dietro quei filari apparentemente impossibili ci sono cinque sottozone, centinaia di piccoli appezzamenti, una quantità impressionante di lavoro e un vitigno che qui ha trovato una delle sue espressioni più singolari.
Soprattutto, ho capito che in Valtellina il vino non è semplicemente uno dei prodotti del territorio. È uno dei modi più interessanti per leggerlo e forse è proprio questo che mi porterà a tornare.

Valtellina: vigneti terrazzati visti dall'elicottero

Valtellina: vigneti terrazzati visti dall’elicottero

Dormire a Sondrio:
Grand Hotel della Posta
Piazza Giuseppe Garibaldi 19

Sara

Buona forchetta, blogger, sommelier e content creator sono un’instancabile curiosa. Per professione collaboro con numerose aziende legate al food, beverage e travel occupandomi di food writing, food styling, editing, food photography, tour enogastronomici e interviste agli chef. Social media addicted, mi trovate sempre connessa!


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